Blog "Vite parallele"

Etica e informatica

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“La conoscenza sicura, istantanea e praticamente illimitata dei dati, l’immediata elaborazione degli stessi, la verifica delle più varie e complesse ipotesi, consentono oggi di raggiungere obiettivi teorici e pratici che fino a ieri sarebbe stato assurdo proporsi, e di dirigere e reggere con visione netta le attività più diverse….

Voglio iniziare con queste parole pronunciate da Adriano Olivetti l’8 novembre del 1959 in occasione della presentazione del Calcolatore Olivetti Elea 9003, primo calcolatore completamente a transistor, frutto del lavoro di un gruppo di ricerca italiano, voluto da Adriano Olivetti su sollecitazione del figlio Roberto. I calcolatori Elea 9000 erano stati progettati dal gruppo di ricerca che operava nella villa di Barbaricina (Pisa) guidato dall’Ing. Mario Tchou e formato da un gruppo di persone che hanno segnato lo sviluppo dell’informatica sia in Italia che negli Stati Uniti dove molti si sono trasferiti dopo la morte di Adriano Olivetti e di Mario Tchou nel 1960 e 1961 rispettivamente. La produzione industriale era fatta nella sede Olivetti di Borgolombardo, dove si era trasferito anche il gruppo di ricerca, e il primo calcolatore commerciale venne installato alla Marzotto di Valdagno nel 1959.

 

Queste parole di Adriano Olivetti sono parole senza tempo che sono state pronunciate nel 1959 ma potrebbero essere pronunciate adesso, anzi, alcune dovrebbero essere riprese proprio adesso in quanto illuminanti per capire ed accettare l’impatto e il peso dell’informatica in tutti gli aspetti della vita dell’uomo, della società. Ma proprio perché l’informatica diventa sempre più pervasiva in tutti gli aspetti della vita dell’uomo, dal lavoro alla salute e benessere, al modo e alla potenzialità di comunicazione, diventa necessario incominciare a parlare più diffusamente di “computer ethics”, mettendo l’uomo al centro di qualsiasi attività: tutto quanto viene fatto con strumenti informatici è fatto per l’uomo e dall’uomo che ne deve mantenere il governo.

Nel dicembre 2016 il network Ethosit (www.ethosit.net), costituito da Associazioni, Aziende e Professionisti, ha organizzato presso il Centro Piero Pirelli a Milano un convegno dal titolo “L’importanza di un codice etico per gli IT Professional”, dedicando la giornata alla discussione su questi temi con uno dei maggiori esperti mondiali della materia, per la prima volta presente in Italia. Don Gotterbarn, ricercatore alla East Tennessee State University, è infatti l’autore del testo “Software Engineering Code of Ethics”, testo base per ogni discussione sull’Etica per gli sviluppatori informatici. Al convegno sono intervenuti anche Norberto Patrignani, Professore Associato presso l’Università Cattolica di Milano con il corso “ICT e Information Society” e Professore Associato presso il Politecnico di Torino con il corso “Computer Ethics”, e Viola Schiaffonati, Professore Associato presso il Politecnico di Milano con il corso “Logica e Filosofia della Scienza”. Il Politecnico di Torino e quello di Milano sono tra i pochi atenei in Italia dove si tengono corsi di computer ethics.

L’evento ha portato un’ampia introduzione ad un concetto di non immediata accettazione e comprensione per molti e cioè “il collegamento tra Etica e Tecnologia dell’Informazione”, con un percorso storico partito dai padri  fondatori della computer science (es.: N. Wiener considerato il fondatore della Computer Ethics), attraverso le prime riflessioni sull’impatto etico e sociale dei computer, ai primi tentativi di definire un codice etico di cui si capisce esattamente il significato in altri settori, ma non è così chiaro come trasferirli nel mondo dell’informatica. Come sostiene Don Gotterbarn (1), un professionista dell’informatica ogni giorno prende decisioni che hanno un impatto etico ma il problema è che l’addestramento etico precedente – essere giusti, essere onesti, non fare in nessun modo del male agli altri – non insegna ad individuare immediatamente la relazione tra queste problematiche e l’informatica. Come sostiene ancora Don Gotterbarn, “l’interrogativo più importante sulla tecnologia non è quale sarà il prossimo dispositivo o sistema tecnologico ma come vengono integrate nella società le cose che sviluppiamo”. Eppure l’impressione è che, per molti informatici, l’obiettivo più importante non sia tanto quello di valutare l’impatto delle soluzioni nella società ma quello di rincorrere la tecnologia più innovativa: li fa sentire competenti ed esperti. Sicuramente la scelta della pura soluzione tecnologica è “più facile”: è sufficiente la competenza specifica nel settore. Altro problema è valutare l’impatto sulla società. I rischi sono spesso più nascosti di quanto si possa immaginare: è necessario farli emergere e fare una valutazione a tutto tondo sulle conseguenze di certe scelte coinvolgendo tutti gli stakeolders, dai ricercatori alle imprese, agli utenti, ai cittadini e ai decisori politici nella progettazione dei sistemi complessi.

Si incomincia ora a parlare di Slow Tech(2) che non è una “tecnologia lenta ma un messaggio che propone una riflessione e allo stesso tempo vuole essere una bussola per guidarci nello sviluppo di sistemi ICT con profondo approccio etico”. Carlo Petrini, fondatore del movimento, descrive Slow Food come un cibo che deve essere buono (al gusto), pulito (prodotto con sistemi che rispettano l’ambiente), giusto (coltivato nel rispetto dei diritti di chi lavora). Allo stesso modo Slow Tech propone una riflessione sull’intera catena del valore dell’ICT non limitandosi all’impatto sociale ed etico di chi lo usa ma allarga la riflessione etica all’intero processo di produzione e sviluppo dell’ICT da una parte e alla chiusura del ciclo dei rifiuti dall’altra.

Ma facciamo alcune rapide riflessioni: pensiamo all’impatto sociale ed etico per chi usa alcune soluzioni ICT. Pensiamo ai social network. Lo strumento sta stravolgendo il modo di comunicare nella società: quando si verifica una catastrofe che può portare ad isolare aree intere di territorio è fondamentale la possibilità di comunicare praticamente in ogni situazione garantendo il ripristino immediato dei collegamenti da queste aree. Lo stesso strumento però può creare uno stato di isolamento molto grave sui giovani che, convinti di avere migliaia di amici con i quali colloquiare, non si rendono conto del totale isolamento in cui vivono rispetto al mondo che li circonda. Senza parlare della gravità dei rischi provocati dal fatto che lo strumento consente di diffondere qualsiasi tipo di informazione senza alcun filtro o controllo, provocando le conseguenze che purtroppo vediamo in molti settori. La soluzione: non certamente bloccando il futuro ma, probabilmente, imparando a governare l’innovazione lungo tutta la filiera ICT a partire dalla ricerca sino all’utilizzo che ne viene fatto nel quotidiano.

Pensiamo alle soluzioni sviluppate dall’informatica per aiutare l’uomo sia nello svolgimento dell’attività lavorativa che nello svolgimento delle attività legate alla vita personale. In questo caso ci si dovrebbe ricordare che si tratta di sviluppare strumenti che verranno utilizzati da persone che non hanno competenze informatiche. Uno strumento di lavoro deve essere un aiuto per chi lo utilizza, una semplificazione che non può tradursi in difficoltà/problema né, tantomeno, può essere visto come elemento di competizione per il posto di lavoro.  Inoltre, per quanto si riferisce in particolare alla sfera personale, si tratta di strumenti che devono essere d’aiuto e non diventare un problema per persone che, ad esempio per età, non sono predisposte all’utilizzo di tali strumenti. Ed è per questo motivo che è fondamentale avere nei gruppi di progettazione rappresentanti di tutti gli stakeholders, fino agli utenti finali, per creare soluzioni “buone” che mettano al centro i bisogni degli esseri umani.

Proviamo a pensare inoltre alla velocità con la quale la tecnologia ha incominciato ad evolvere da subito creando prodotti sempre più efficienti e innovativi che devono essere immessi sul mercato in sostituzione di altri. Questa rincorsa continua ha creato la necessità di rilasciare prodotti con una vita programmata sempre più breve senza assolutamente tener conto della necessità di minimizzare l’impatto ambientale dell’ICT (ICT pulita). In particolare i prodotti “consumer” sono diventati degli “usa e getta” progettati per un ciclo di vita sempre più breve. E’ venuta a mancare qualsiasi idea di manutenzione, di sostituzione di componenti che consentano un allungamento della vita del prodotto mentre in parallelo si è creata una cultura che spinge sempre di più ad una sostituzione il più rapida possibile dell’oggetto per “sentirsi alla moda e con strumenti sempre più avanzati che molto spesso rispondono ad esigenze assolutamente prive di significato”. Il problema dello smaltimento e dell’eventuale riutilizzo dei materiali è sempre più centrale per evitare che un’evoluzione troppo rapida si ponga come rischio per l’intero ambiente: un’informatica pulita deve prevedere sino dalla progettazione il mantenimento dei prodotti, il riciclo e il riuso dei materiali.

Cosa fare: “Ethics is no longer e luxury” (Don Gotterbarn). Non possiamo e non dobbiamo fermarci ma dobbiamo riflettere su come governare il prossimo futuro.  “L’approccio Slow Tech propone un nuovo paradigma di progettazione delle tecnologie stesse”. La formazione, guidata da principi etici e condotta sino al livello dell’utente finale, dovrebbe contribuire a far sì che un utilizzo cosciente della tecnologia diventi un beneficio governandone i rischi. Non possiamo dimenticarci che siamo agli inizi di una rivoluzione industriale che ci porterà ad una evoluzione fondamentale nella società e nella vita dell’uomo che non si può affrontare se non con il governo della tecnologia.  E come ogni rivoluzione industriale deve essere strategicamente governata a partire dagli esordi.

La giornata era stata introdotta da una presentazione della nuova iniziativa, ethosit.net: “Non una nuova associazione, ma un «network» di Associazioni, Aziende e Professionisti, che si configura come punto di riferimento, di supporto, e di coordinamento per le iniziative legate ai temi di Etica, CSR e Sviluppo Sociale tramite l’ICT”, con l’obiettivo di sostenere, nel settore ICT, uno sviluppo professionale più attento all’Etica e alla Responsabilità Sociale. Sarà inoltre importante aumentare la consapevolezza e la diffusione di pratiche di CSR all’interno delle Organizzazioni ICT e delle Aziende di Information Technology, sensibilizzare Aziende e Professionisti del settore sulla importanza dell’uso della Tecnologia anche per fini di sviluppo Sociale, promuovere iniziative e progetti per un ICT ambientalmente sostenibile, al fine di amplificare la capacità operativa di tutti i partecipanti al Network.

Ora bisogna lavorare per introdurre e diffondere con maggiore capillarità in Italia concetti di “computer ethics” che sempre più dovranno condurre la progettazione, lo sviluppo e l’utilizzo dei sistemi informatici. Nei prossimi mesi l’iniziatvia si svilupperà secondo una successione di iniziative e di incontri su tutto il territorio nazionale, che dovrebbero contribuire ad una maggiore divulgazione dei principi etici nell’informatica. Inoltre si sta lavorando per creare e organizzare il gruppo di lavoro che deve avviare gli approfondimenti e lo sviluppo per il Codice Etico. E mi sembra importante chiudere con alcune altre parole dette da Adriano Olivetti nello stesso discorso di presentazione dei calcolatori Elea l’8 novembre del 1959:

Con la realizzazione dell’ELEA la nostra Società non estende semplicemente la sua tradizionale produzione a un nuovo settore di vastissime possibilità, ma tocca una meta in cui direttamente si invera quello che penso sia l’inalienabile, più alto fine che l’industria deve porsi di operare, cioè, non soltanto l’affermazione del proprio nome e del proprio lavoro, ma per il progresso comune –  economico,  sociale, etico – dell’intera collettività”.

  • di Don Gotterbarn sul Sole 24 Ore del 11 dicembre 2016, tradotto da Fabio Galimberti
  • di Norberto Patrignani su Mondo Digitale – settembre 2015

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