Blog "Vite parallele"

La forza delle idee: la fantasia e la creatività italiana oltre la burocrazia svizzera

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Verrini AEravamo nella seconda metà degli anni ’80 e la produzione dei giornali quotidiani prevedeva ancora molte fasi assolutamente manuali. Esistevano ancora giornali, se pure rarissimi, con la tipografia che lavorava in piombo (n.d.a.: composizione dei testi fatta con i caratteri in piombo). La chiusura presentava problemi di non facile soluzione organizzativa: era infatti molto spesso necessario tagliare gli articoli per impaginarli sui tavoli luminosi direttamente in tipografia in fase di chiusura del giornale. Questa attività era molto spesso svolta dai tipografi stessi. Una soluzione era avere un giornalista (n.d.a.: il giornalista di chiusura) che rimanesse a disposizione in tipografia per tagliare i testi al fine di impaginarli nello spazio riservato ai singoli articoli nel menabò (n.d.a.: disegno della struttura della pagina nella quale sono definiti gli spazi riservati ai vari componenti la pagina stessa) progettato a livello di riunione di redazione del mattino.

Ovviamente i risultati spesso non erano dei più felici, ma potevano essere anche esilaranti, per i tagli incontrollati e assolutamente non significativi fatti da persone che non erano l’autore dell’articolo. Molti di questi risultati sono stati immortalati in pubblicazioni insieme ai tanti strafalcioni che si sono sempre trovati su articoli e pubblicazioni varie anche se, sino a poco tempo fa, in misura molto minore rispetto ad oggi e cioè da quando l’utilizzo indiscriminato dei correttori automatici, la produzione continua e quasi nevrotica di messaggi e messaggini lanciati con tutti i mezzi a disposizione oltre ad una purtroppo certa minor conoscenza della grammatica e della sintassi, hanno ulteriormente peggiorato la situazione. Quegli strafalcioni erano di dubbia origine: era l’autore che non aveva una particolare dimestichezza con la lingua usata oppure si ritrovavano gli errori di chi aveva “battuto” il pezzo per mandarlo in pagina? Oppure era stato semplicemente fatto un “taglio” senza alcun controllo se non il numero di righe da eliminare per ridurre l’articolo alle dimensioni richieste? Molti giornalisti usavano ancora la macchina da scrivere o, peggio ancora, usavano un PC e il pezzo veniva stampato e ribattuto in tipografia: i più evoluti trasferivano il pezzo utilizzando un floppy disc…. I corrispondenti mettevano a disposizione il pezzo fatto lasciandone la registrazione o dettandolo via telefono. Un dimafonista (n.d.r.: dimafonista era la persona incaricata di lavorare i pezzi inviati dai corrispondenti) rimetteva insieme le registrazioni e batteva a macchina i testi che venivano quindi inseriti nel sistema editoriale dalla tipografia. Facile immaginare quanti e quali errori si potevano inserire in questa fila di passaggi inutili e assurdi.In quel periodo era nato un nuovo giornale nel Canton Ticino che però non riusciva a partire perché in tutta la Svizzera non c’era neanche uno stampatore pronto a stamparlo. Le ragioni non erano facilmente comprensibili: la Svizzera si dimostra spesso uno strano paese. L’azienda nella quale lavoravo aveva la distribuzione e l’assistenza di sistemi editoriali prodotti negli Stati Uniti anche per la Svizzera Italiana e ogni tanto si creavano strane situazioni. La fornitura del sistema editoriale ad un quotidiano in lingua italiana, Il Giornale del Popolo di Lugano, aveva creato problemi in quanto, per gli americani, il quotidiano doveva avere “simpatie comuniste” in considerazione del nome della testata. E in quegli anni, eravamo ovviamente prima della caduta del muro di Berlino, la Svizzera Italiana era nella “Black List” degli americani in quanto era uno dei territori attraverso i quali venivano inviati nei paesi della ex Unione Sovietica materiali strategici come l’elettronica. La fantasia italiana, ma soprattutto la creatività, arrivò in soccorso del giornale superando i problemi causati dalla burocrazia svizzera. Gli strumenti e le soluzioni a disposizione non erano certamente tra i più avanzati, ma soprattutto erano utilizzati in maniera inefficace e inefficiente. Nelle mani dei tecnici dell’azienda che forniva il sistema di produzione selezionato dalla proprietà mostrarono tutta la loro duttilità lavorando sull’organizzazione del lavoro per quanto non si riusciva a fare, o si faceva solo parzialmente, con le “nuove tecnologie”. I sistemi, apparentemente basati su calcolatori, non avevano standard né l’hardware né il software di base e provocavano quindi grossi problemi sia nella manutenzione dell’hardware che nell’aggiornamento degli applicativi, che nella personalizzazione sulla organizzazione del lavoro del cliente. Purtroppo erano stati sviluppati in aziende che non avevano alcuna dimestichezza con la produzione di soluzioni software: si riteneva più importante emulare il rumore della tastiera della macchina da scrivere sulla tastiera del terminale di input del testo al sistema per tranquillizzare i giornalisti che niente era cambiato! Era come se si continuasse a lavorare su una macchina da scrivere! A questo punto l’AD della società fornitrice di sistemi editoriali (che includeva la Svizzera Italiana nel proprio territorio di competenza), alla quale l’editore svizzero aveva ordinato il sistema, prese la decisione di supportare di fatto una soluzione che consentisse di produrre il giornale in Italia sino alla stampa e preparazione per la distribuzione. Il sistema ordinato dal cliente venne installato presso la sede del fornitore e il team tecnico lo configurò e personalizzò per eseguire le funzioni di tipografia. In questa situazione si decise di produrre il giornale tra la redazione a Lugano e due centri a Milano: la “tipografia” e un centro stampa dove i giornali venivano completati, stampati e confezionati per rimandarli in Svizzera, pronti per la distribuzione, alla partenza dei primi treni. In effetti la puntualità delle Ferrovie Svizzere e l’efficienza delle Poste Svizzere avevano sempre garantito la distribuzione e la consegna delle copie in abbonamento dei quotidiani. Non per niente la distribuzione, anche dei giornali quotidiani, avveniva in altissima percentuale in abbonamento mentre in Italia la percentuale in abbonamento rispetto alla vendita in edicola era piuttosto bassa. Erano gli anni in cui, da Milano, si andava molto spesso a spedire la corrispondenza in Svizzera per avere una maggiore certezza di recapito in un numero di giorni ragionevole. Nella riunione di redazione al giornale veniva deciso e disegnato il menabò che era poi inviato via fax in “tipografia” dove veniva creato il menabò elettronico sul sistema di produzione e quindi informata la redazione circa le dimensioni dei “pezzi” che dovevano essere prodotti in redazione. La redazione a Lugano preparava i pezzi, sulla base del menabò, che venivano trasmessi via linea telefonica al sistema di impaginazione sul quale si provvedeva all’inserimento automatico in pagina di tutti i componenti testuali. Queste operazioni venivano eseguite nella ”tipografia” a Milano. E a questo punto devo parlare della tipografia: si trattava di un locale nell’azienda fornitrice del sistema editoriale dove era installato un sistema configurato per rispondere alle funzionalità richieste per la produzione del giornale. I nostri tecnici, che normalmente facevano le installazioni/personalizzazioni dei sistemi presso i clienti e la formazione, oltre a studio, sviluppo e test di processi atti a migliorare l’organizzazione della produzione sulle realtà specifiche dei clienti stessi, si fermavano oltre l’orario assumendo il ruolo di “tipografi” per il giornale svizzero. Le pagine venivano quindi trasmesse al centro stampa dove venivano completate, ai tavoli luminosi, con i componenti grafici: pubblicità, fotografie, componenti grafici in generale. Naturalmente la pubblicità era disponibile al centro stampa in anticipo rispetto alla chiusura, mentre le fotografie venivano scelte da archivio o fatte in associazione ad eventi della giornata, passando quindi al vaglio della redazione che poi le spediva al centro stampa per l’inserimento in pagina utilizzando un sistema di trasmissione delle immagini.

A questo punto mi nasce spontanea una considerazione: siamo così sicuri di aver fatto oggi dei passi in avanti rispetto a quegli anni che ci sembrano preistoria ma che sono incredibilmente vicini? Sono profondamente convinta che, per certi aspetti, abbiamo fatto passi indietro e che molti dei problemi di oggi sono provocati da una innovazione tecnologica che ci risolve sicuramente molto spesso un gran numero di problemi e contribuisce certamente a migliorare la nostra vita, il nostro modo di lavorare. I dubbi profondi mi sorgono però pensando al nostro modo di essere: siamo incapaci di divertirci nel vivere quotidiano e, perché no, con il lavoro; siamo assolutamente incapaci di rapportarci con gli altri perché siamo convinti che il vero e unico modo di “comunicare” si manifesta solo attraverso scambi di messaggi con migliaia di persone che chiamiamo amici ma dei quali non siamo certi neanche del nome. E, per riferire al fatto raccontato, l’informazione viene solo più distribuita attraverso mezzi che consentono di comunicare su milioni di persone in maniera talmente rapida da non consentire neanche il controllo di un’informazione che non riusciamo poi a ritirare o smentire: quello che “dice” internet è sacro. Non usiamo più la logica; non usiamo più la memoria: molto spesso non ci rendiamo conto di essere in balia di oggetti. E ci sentiamo molto evoluti e colti credendo di possedere qualsiasi conoscenza schiacciando un bottone. Vorrei però chiudere con una nota di ottimismo: possiamo continuare a progettare il nostro futuro mantenendo il dominio sulla tecnologia.


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